Posted on giu 20, 2013 in In evidenza, Recensioni ragionate

Maurizio Pallante, Sono io che non capisco, Edizioni per la decrescita felice, Roma 2013
 

 

di Alessandro Pertosa

Maurizio Pallante, Sono io che non capisco. Riflessioni sull’arte contemporanea di un obiettore alla crescita, Edizioni per la decrescita felice, Roma 2013.

Ho già avuto modo di notare altrove che, nella società della crescita economico-tumorale incontrollata, di cui gli occidentali sono i paladini consapevoli o inconsapevoli, la forma estetica espressa dall’arte contemporanea si deforma in un’etica culturale individualista e mercantile. Lo scotto di questo processo consiste nella banalizzazione dell’intellettuale, ridotto a mero uomo del fare, del produrre. Di conseguenza, tutta l’elaborazione artistica viene così ricondotta unicamente alle quotazioni economiche del momento, che impongono il gusto e i canoni mercantili della classe dominante, sempre pronta a speculare sulle singole opere; opere, a dire il vero, che spesso non trasmettono nulla, che sono l’emblema del nulla, e che tuttavia valgono molto in termini economici. Il prezzo dell’«oggetto d’arte», infatti, nell’orizzonte dell’arte-mercato, prescinde dal suo reale valore intrinseco (ovvero artistico), dato che risponde soltanto agli interessi dei mercanti e ai desideri di arricchimento esponenziale, espressi dalla ristretta élite dei facoltosi compratori (cfr. A. Pertosa, La tela squarciata, ovvero l’arte al tempo del mercato, in «Arte e decrescita», www.artedecrescita.it).

Con la profondità e la chiarezza che contraddistinguono da anni i suoi saggi, Maurizio Pallante, in quest’ultimo volume intitolato Sono io che non capisco, denuncia la follia di una cultura artistica mercantile che pretende di essere alternativa al sistema dominante, quando invece ne è soltanto lo specchio peggiore. Già dal sottotitolo (Riflessioni sull’arte contemporanea di un obiettore alla crescita) l’autore esplicita la sua critica al sistema economico-culturale della crescita esponenziale, nonché alle convenzioni conformiste dell’anticonformismo dilagante fra i cosiddetti artisti della modernità; e poco importa che questi stessi artisti siano avanguardisti, neo avanguardisti o neo neoavanguardisti, perché ci sarà sempre chi proporrà qualcosa di «più nuovo» oltre il nuovo che in un attimo è già vecchio, divorato dalla furia impetuosa del divenire. Sia chiaro, l’intento dell’autore non è certo quello di imputare all’arte la responsabilità di essere moderna, né tanto meno la accusa di cercare soluzioni originali, ma le rimprovera di attribuire un valore assoluto al «nuovo» proprio in quanto – e solo perché – «nuovo». Se, infatti, suggerisce Pallante, non vi fosse dell’altro dietro alla semplice «novità» artistica, il «nuovo» diverrebbe l’unico metro di valutazione estetica, e nessuno distinguerebbe più un’opera in base ai criteri di bello o di brutto, bensì unicamente di nuovo o di vecchio che, in quanto tale, viene concepito come da rigettare perché superato, quindi intrinsecamente peggiore.

L’ideologia del «nuovo è meglio» rende impermeabile l’oggetto arte a qualsiasi valutazione estetica classica, perché nel mondo della business art non esiste più un discrimine tecnico, uno schema culturale, o un limite espressivo al di sotto del quale un’azione è solo un’azione e nient’altro. In un contesto di tal genere è dunque sufficiente fare qualcosa di istintivo, di «non visto», di eccentrico per elevare la propria opera al rango di arte smerciabile. E allora, qui, più che «decolonizzare l’immaginario» – come suggerisce nella prefazione del libro Paolo Portoghesi, riproponendo la celebre asserzione di Serge Latouche – bisognerebbe probabilmente ri-colonizzarlo l’immaginario, ovvero colonizzarlo di «nuove» idee, sganciate dalle logiche di dominio del mondo e del profitto fine a se stesso. Solo così potremo salvare l’arte autentica e genuina dall’imperativo categorico moderno di dover fare qualcosa che non sia ancora stato fatto da altri. Sia chiaro, l’innovazione artistica è importante, tuttavia ha ragione Pallante a notare che «non è originale chi si propone di essere diverso dagli altri e di fare cose diverse dagli altri, ma solo chi si propone di essere se stesso e di fare ciò che sente il bisogno di fare» (p. 39).

In ogni cultura la conservazione e il progresso vivono in simbiosi, e non sono mai l’una alternativa all’altro. Anche perché, è forse sin troppo ovvio persino constatarlo, per affermare la propria personale innovazione è necessario relazionarsi ad un passato valoriale e tecnico, che si deve almeno aver un minimo interiorizzato. Purtroppo l’arte contemporanea ci ha abituati al rifiuto dell’apprendistato, per cui è diventato normale proporsi come artisti pur non avendo la benché minima conoscenza di alcuna tecnica. Si è scambiata la libertà espressiva per banale dilettantismo (che pretende, per altro, di non esser definito tale), senza capire che si può fare a meno di imparare, ad esempio, il disegno o le proporzioni solo se si fanno scarabocchi e non si devono raffigurare luoghi, persone, così come in musica non si possono ignorare le regole della composizione se si intende scrivere un’opera a quattro voci, né è tanto meno pensabile di ignorare la scienza delle costruzioni se si vuol dare una forma originale a un palazzo o a una chiesa.

Eppure il dilettantismo dilaga. D’altronde già Marcel Duchamp, l’artista degli orinatoi, aveva detto che il quadro non esiste, perché il quadro lo fa l’osservatore. E ancora una volta, Pallante, fa giustamente notare che dal punto di vista di Duchamp ciò è vero soprattutto se, poi, chi acquista questo quadro è così facoltoso e potente da farne crescere le quotazioni, in modo da ricavarne plusvalenze, nonché vantaggi per l’autore dell’opera. Non ci si può stupire, allora, se uno dei principali obiettivi polemici di Pallante sia proprio l’arte intesa come oggetto di consumo: perché ciò che si consuma dura poco, è destinato a sparire presto per venire soppiantato di nuovo da qualcos’altro, da una idea più originale, successiva, e quindi – nell’ottica contemporanea – migliore.

La brevità del pamphlet non ha consentito all’autore di approfondire ulteriormente il tema del rapporto tra l’arte contemporanea e la cultura consumistica. Mi permetto a tal proposito una breve considerazione, che forse può contribuire ad un successivo sviluppo della questione. Se l’arte contemporanea è il luogo in cui i consumi mostrano la loro onnivora ingordigia, essa con-cedendosi alla fame del profitto distrugge se stessa. I consumi sono alti solo quando gli oggetti durano poco e vengono così sostituiti dai più nuovi. Ma, ed è questo il punto, un prodotto artistico che dura poco non è – e non sarà mai – un classico. Perché il classico è ciò che è, ciò che persiste al divenire proprio perché sta, re-sta e non tramonta. Ora, se questo discorso ha una qualche plausibilità, è chiaro che l’arte non può essere in alcun modo il luogo in cui i suoi prodotti (ovvero i prodotti artistici e culturali) vengono consumati secondo le leggi del mercato, perché l’arte non è temporale ma eterna. Ed è tale in quanto il bello non si consuma col tempo. La Divina Commedia, per fare un esempio, non è meno godibile di qualche secolo fa. Così come le opere di Giotto, Cimabue o Caravaggio toccano ancora oggi le corde profonde dell’animo umano, mantenendo inalterati i livelli di bellezza e di ordine che le costituiscono.

Ha molte ragioni, dunque, Pallante quando nega che il fine dell’arte sia l’innovazione, perché il valore di un’opera non lo si coglie solo in virtù dell’originalità, come se potesse davvero esistere un’originalità scissa da un contesto culturale e storico di un luogo, di una società, di un mondo entro cui l’artista – o presunto tale – agisce. Spesso l’originalità e l’importanza dell’opera vanno di pari passo, nel senso che le creazioni artistiche più significative sono anche quelle maggiormente innovative. Si tratta di capire, però, che l’innovazione e l’originalità non sono il risultato di un atto arbitrario inconsapevole, ma riflettono il mondo interiore dell’artista. Sicché la sensibilità, la storia, i vissuti, e la cultura di ogni intellettuale sono talmente singolari e irripetibili, che ogni artista, quando non copia altri ma attinge alla sua coscienza, è de facto innovativo. In tal senso è condivisibile l’idea dell’Autore, secondo cui un artista è originale «solo se non si propone di esserlo» (p. 88), perché chi si prefigge l’innovazione a tutti i costi pone le ragioni della sua arte fuori di sé e limita la sua creatività (cfr. p. 88).

Un’arte originale, dunque, è auspicabile, ma fuori dalle leggi onnivore del mercato; ed è proprio questo, a mio avviso, l’elemento di maggiore originalità espresso dall’autore di Sono io che non capisco. Infatti, diversamente dai fiancheggiatori dell’arte-mercato, e in opposizione a chi – come Giulio Carlo Argan – sostiene la morte dell’arte, Pallante lancia un sasso nello stagno culturale contemporaneo e afferma che un’altra arte è possibile: anzi, che l’arte, quella autentica, è a portata di mano, basta non cedere alla tentazione nichilista – del se tutto è bello niente è bello – e tenersi alla larga dalle logiche della crescita economica. Questa è la vera rivoluzione culturale, e la sua realizzazione consentirà agli artisti di liberarsi definitivamente dai lacci espressivi imposti dal regime e dalla logica mercantile, per ripristinare così finalmente il primato del bello sul profitto.

 

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