Posted on lug 25, 2013 in Recensioni ragionate

 

L. Krier, L’armonia architettonica degli insediamenti, Libreria Editrice Fiorentina, Firenze 2008

Recensione di Alessandro Pertosa

 

La modernità che abitiamo ingurgita gli spazi vitali e distrugge la «sintassi» urbanistica dei luoghi comunitari, consegnati agli interessi dei cementificatori di professione e alla inevitabile disperazione sociale delle periferie. Contro questa deriva disumana si pone la riflessione di Léon Krier, architetto lussemburghese, sostenitore di una rinascita urbanistica di tipo tradizionale. Il suo saggio L’armonia architettonica degli insediamenti, pubblicato dalla Libreria Editrice Fiorentina, va proprio in questa direzione e corrisponde in pieno alle indicazioni progettuali proposte nella Carta per la ricostruzione della città europea (1980). Krier condivide il principio per cui «una città grande o piccola può essere riorganizzata solo con un certo numero, grande o piccolo, di quartieri urbani, in una federazione di quartieri autonomi. Ogni quartiere deve avere un suo centro, una sua periferia e suoi limiti. Ogni quartiere deve essere ‘una città dentro la città’. Ogni quartiere deve integrare tutte le funzioni della vita urbana (residenza, lavoro e svago) all’interno di un’area che sia rapportata alla comodità di un uomo che vada a piedi» (cfr. Carta per la ricostruzione della città europea).

All’inizio del saggio, Krier si chiede quali siano gli elementi architettonici e urbani irrinunciabili per progettare una bella città, e quali siano le proporzioni e le misure da seguire per mantenere un certo ordine realizzativo. A suo avviso, l’urbanistica tradizionale fornisce tutti gli strumenti per organizzare lo spazio nel migliore dei modi: la dovuta misura, la sintonia della complessità, l’armonia tra la pianta e il profilo urbano con il contesto naturale. Al contrario, l’urbanistica contemporanea, quella per intenderci che non si rifà al modello tradizionale, determina solo un aumento di entropia fuori controllo e ipercrescite strutturali, che si espandono come tumori inarrestabili. Il risultato consiste in una cementificazione senza proporzionalità estetica e volgare, che non lascia spazio all’umanizzazione del territorio, e ciò è visibile nella gran parte delle città metropolitane costruite negli ultimi cento anni.

Tuttavia, l’orrore estetico delle nuove città è solo uno dei temi affrontati nel libro. Krier nota, infatti, che la crescente scarsità di materie prime e i costi esponenziali dei combustibili fossili e nucleari imporranno, in tempi brevi, il ricorso a tecnologie più ecologiche e a economie basate sull’energia muscolare, oltre alla realizzazione di modelli insediativi tradizionali, che diventano elementi costitutivi di una civiltà stabile, di una civiltà non legata al divenire né al tempo.

L’urbanistica contemporanea si fonda, invece, su operazioni decostruttive che, sotto l’ombrello della pianificazione, destrutturano le nostre società e il futuro del pianeta. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: monotonia architettonica, uniformità estetica, insediamenti ripetitivi, clonazioni strutturali sul cui sfondo stanno costruzioni acrobatiche e kitsch, spesso dispendiosissime dal punto di vista energetico. L’iper-sviluppo delle città megastrutturali ha determinato un aumento dell’asocialità oltre alla ghettizzazione della periferia, con relativo incremento della criminalità. La povertà estetica nelle città dell’iper-sviluppo è dovuta all’assurda dispersione orizzontale e all’ammassamento verticale delle strutture. Sicché ci ritroviamo da un lato un isolamento geografico e dall’altro una massificazione di strutture e popolazioni, con annesso aumento sproporzionato della densità abitativa.

La città tradizionale è, al contrario, organizzata per piccoli quartieri urbani integrati, limitati orizzontalmente e verticalmente secondo le esigenze umane. Questi quartieri hanno destinazioni d’uso e redditi misti, non esistono quartieri ghetto per poveri, e la varietà architettonica è l’espressione visibile di una grande complessità sociale. E allora si possono realizzare luoghi di qualità solo se la pianta, il profilo urbano e la vita sociale formano un legame evidente, quali che siano le risorse economiche impiegate.

La critica di Krier alla modernità urbanistica è nettissima: «Se si sorvola San Francisco con un aeroplano la sua architettura apparirà come una mediocre collezione di prodotti incoerenti» (pp. 26-31). Il caos, l’approssimazione, la cementificazione selvaggia sono i bersagli principali contro cui si scaglia l’architetto lussemburghese, che non si rassegna alla povertà estetica, alla cattiva armonia delle strutture e all’aggressivo consumo del suolo dell’urbanistica contemporanea. «La crescita esponenziale dell’energia a disposizione attraverso i combustibili fossili – scrive Krier –  non è stata accompagnata da un aumento del discernimento estetico e morale. Bisogna puntare sulla giusta via, su ciò che sta tra il troppo e il troppo poco. Per essere in grado di scegliere la via di mezzo è necessario sperimentare e conoscere il prezzo degli estremi. L’architettura e le comunità umane rappresentano però una miscela troppo delicata per essere oggetti di esperimento estremo fine a se stesso» (pp. 36-38).

 

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