Posted on giu 22, 2017 in Caffé filosofico

 

di Giulio Sapori

 

Arte (s.f.) Parola che non ha nessuna definizione (Ambrose Bierce, Dizionario del diavolo, 1906)

Quante volte davanti a un’opera d’arte contemporanea, anche famosa, ci siamo detti “potevo farla anch’io”. E,
non trovando una risposta adeguata, pensavamo che forse la colpa era imputabile a noi, alla nostra ignoranza: “forse sono io che non capisco” ci dicevamo, e la chiudevamo lì.

Alcuni, spinti da pulsioni epistemiche, hanno cercato, leggendo e studiano, di capire e coprire questa ignoranza.
Un libro che sicuramente aiuta in questo intento è quello del critico d’arte contemporanea Francesco Bonami, che ha un titolo che sembra andare al nocciolo del problema: Lo potevo fare anch’ioPerché l’arte contemporanea è davvero arte (Mondadori, 2007).

In questo libro divulgativo, la metafora utilizzata dall’autore per introdurci nell’universo dell’arte contemporanea è quella culinaria: “l’arte è come il cibo, nessuno dice ‘non me ne intendo’ quando va al ristorante. È il cibo dell’anima e della mente: dopotutto si mangia anche per piacere, non solo per sopravvivere”(p.3). “Gusterete l’arte come mangiate la pasta, senza pensarci tanto, criticando quella scotta e apprezzando quella al dente” (p.4).
L’arte contemporanea è l’arte più fresca, quella freschissima. Per gustarla bisogna essere pronti a dei sapori nuovi, come quando si viaggia all’estero e si sperimentano piatti sconosciuti, come le unghie di topo al tegame in Laos” (p.4).

Chi odia l’arte contemporanea rimpiangendo le opere del passato rifiuta di accettare il fatto che i capolavori che tanto ama hanno rappresentato anch’essi il presente per la propria epoca. Rimpiangere il passato vuol dire negare l’oggi e rinunciare al futuro. Vuol dire rinunciare al carburante, gratuito, del progresso e della civiltà” (pp.5-6).
L’arte contemporanea poi, per l’autore, è uno strumento di conoscenza, meglio, di autocoscienza: “l’arte contemporanea siamo noi, così come ci vediamo oggi nello specchio del presente” (p.6).

La risposta che viene data alla nostra esclamazione “potevo farla anch’io” è: non proprio, perché l’idea (innovativa) l’ha avuta prima l’artista.
E’ una questione di tempistica, insomma: nell’arte contemporanea “l’importante è pensare, in ogni caso e possibilmente prima degli altri, la cosa giusta al momento giusto” (p.13).

Questa in sintesi l’idea dell’autore. Un’idea un po’ consumista e semplicistica dell’arte, che non indaga molto il sistema dell’arte, quel sistema nel quale critici, galleristi e denaro si intrecciano.
Nonostante Bonami sia molto bravo a parlarci dei singoli artisti, lasciando al gusto del lettore-spettatore il ruolo di giudice, rimane in gran parte un senso di incomprensione davanti al valore riconosciuto di molte opere.

A questo disagio cerca di dare risposta un altro libro: Sono io che non capisco. Riflessioni sull’arte contemporanea di un obiettore alla crescita (Edizioni per la decrescita felice, 2013), scritto da Maurizio Pallante, principale teorico italiano del pensiero della decrescita.
È un libro diverso da quello di Bonami, poiché più che parlare di opere e artisti, si interessa del sottosuolo sociale dell’arte, e di come l’arte contemporanea sia stata sussunta quasi completamente dal consumismo.

L’autore parte dal principio che, per poter capire l’arte contemporanea occorra indagare la società moderna, le idee che la fondano.
Punto centrale è quindi capire quando il nuovo siadiventato un valore.
La radice del cambiamento di prospettiva temporale per Pallante si situa nel sistema capitalistico e nel pensiero illuminista. In quel periodo il futuro inizia a non essere più concepito come ripetizione del passato ma come spazio aperto al nuovo. E il nuovo non è semplicemente quello che viene dopo ma quello che migliora il prima.
In questo modo le idee di novità e miglioramentoandarono sempre più a braccetto, fino ad arrivare a noi.

Noi viviamo nel mondo aperto da questa rivoluzione temporale e materiale che ha sempre più contratto il futuro nel presente, rendendolo inseparabile dall’adesso.Quell’adesso che è il tempo del consumo. E, allo stesso modo, abbiamo contratto le nostre responsabilità adun’unica, grande, “responsabilità sociale”: l’acquisto costante di merci.
L’arte, legata fino all’800 alla tradizione, oramai partecipa a questa “valorizzazione culturale del nuovo” (p. 30). All’artista contemporaneo non è neanche più richiesto di esprimere il propria talento, ma solo di creare qualcosa che non è ancora stato creato da altri, lavorando molto più di concetto che di manualità.

Altra questione affrontata è la pervasività dell’interesse economico nel mondo dell’arte contemporanea, visibile nelle sponsorizzazioni, da parte delle banche, dei musei deputati ad accoglierla.
Le banche, comunque, sono giustificate poiché fanno il loro ‘lavoro’: investono.
Il problema quindi è più ‘egemonico’: “la vittoria culturale della lobby dell’arte contemporanea non si misura col consenso di coloro che danno a vedere di apprezzare le opere esposte nei suoi musei, bensì con l’umile rassegnazione di coloro che li frequentano per non apparire retrogradi e parrucconi, anche se non riescono a vedere nulla di ciò che vedono, nonostante l’impegno che ci mettono, e tra sé e sé, senza esternarlo per non fare la figura degli idioti, si dicono “sono io che non capisco”. Non sono nemmeno sfiorati dal dubbio che non ci sia niente da capire oltre la speculazione finanziaria in corso” (p. 75).

Pallante, chiariamo, non si oppone a tutti gli artisti contemporanei, ma al sistema-arte contemporanea: non è interessato alle singole opere – a cui si interessa invece Bonami – ma alla logica sottesa alla valorizzazione dell’arte, una logica finanziaria più che estetica e culturale.

L’arte del primo ’900 è stata spesso un’arte provocatoria e critica verso il potere. Invece, altro problema, oggigiorno la provocazione è organica al potere, diventando sempre più un’arte di regime, coerente con l’economia della crescita.
L’arte contemporanea più che farci capire la società, come vuole Bonami, sembra quindi confermarla.
Sostenuta dalla finanza, tutta l’arte non può che diventare merce, quindi opera “rettorica”, conformista, inautentica.

Per concludere, possiamo dire che questi due libri danno una visione, per buona parte antitetica, dell’arte contemporanea: il primo accetta l’arte come intrattenimento, l’altro vorrebbe un’arte più autentica. Entrambi, comunque, riconoscono l’importanza dell’evento artistico.
Per questo motivo molto importante rimane cosa chiediamo all’arte: novità, divertimento o verità. Forse questo sarebbe un buon punto di partenza per parlare di arte.

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