Posted on gen 21, 2016 in Caffé filosofico, Il Re è nudo, In evidenza

L’oltre e l’altrove
 

L’oltre e l’altrove.

Note a margine di una mostra “d’arte” a Lucca

 

di Filippo Schillaci

 

Ricordate il cubo di Rubik? Immaginatene uno alto quattro metri e largo il doppio, vuoto all’interno e qui tappezzato sui quattro lati da cartelli gialli che ripetono in tutte le lingue la frase “andare oltre si può.” Questo è ciò cui si trovava di fronte chi, durante le ultime festività natalizie, fosse passato per piazza san Michele, nel centro storico di Lucca. L’installazione faceva parte della mostra “d’arte” C’è luce svoltasi nelle sale del vicino palazzo ducale ed era posta accanto al campanile della basilica romanica con il quale “instaurava efficacemente e con inusitata potenza espressiva un veemente rapporto di conflittualità dialettica”, o almeno immagino che così scriverebbe, con l’usuale criptico linguaggio, un critico esegeta dell’arte contemporanea. Tradotto in italiano corrente significa che il cubo faceva a pugni col contesto architettonico in cui avevano avuto il “buon” gusto di inserirlo. Ma descriviamolo meglio. Visto dopo il tramonto, ogni cubetto che lo componeva appariva illuminato dall’interno di un colore diverso, come appunto il noto gioco di molti anni fa. Colori forti, tipo insegna al neon per intenderci, certamente tutta un’altra cosa rispetto al “monotono e obsoleto” monocromatismo bianco delle pareti di pietra nuda della basilica. Visto di giorno non andava meglio perché, spente le luci, evidentemente incapaci di competere con quella solare (dunque meglio evitare una figuraccia), il megacubo di Rubik si trasformava in una catasta di bidoni di plastica bianchi racchiusi in una ingabbiatura metallica.

Chi, passeggiando per la piazza, fosse poi passato davanti all’ingresso del palazzo ducale e avesse dato un’occhiata all’interno avrebbe visto un altro megacubo, quasi identico, installato nell’atrio a presenziare l’ingresso della mostra; e accanto a esso uno dei tanti manifesti distribuiti sui muri della città a reclamizzarla, su cui giganteggiavano i volti di un uomo anziano e di un ragazzo con la bocca spalancata in una risata grossolana. Temo però di dover adesso deludere chi mi legge. Perché un cronista di quelli veri a questo punto avrebbe varcato risolutamente la soglia del palazzo e affrontato la mostra nella sua totalità. Professionalità si chiama una cosa del genere. O forse, in tali casi, “eroismo e sprezzo del pericolo”. Ma abbiate pazienza, sono solo un dilettante e le due cataste di bidoni che avevo già visto (per tacer del manifesto) mi sono bastate. Già queste però ci offrono notevoli spunti di riflessione.

 

Mezzo secolo fa, nel suo libro Opera aperta, Umberto Eco sostenne che l’arte, nella sua evoluzione formale, esprime in metafora la visione del mondo della propria epoca. Riferendosi in particolare all’arte contemporanea la visione del mondo cui egli pensava era quella conseguente alla caduta del determinismo nella scienza (con la meccanica quantistica) e nella filosofia (con quello che poi sarebbe stato chiamato il pensiero debole). E fin qui possiamo ancora attribuire all’arte un ruolo a suo modo alto. Ma un altro concetto dell’esprimere la propria epoca sembra ormai essersi fatto strada nell’arte: esprimere i valori socioculturali dominanti. Celebrarli, farne l’apologia.

Eco si basò sulla teoria estetica di Pareyson secondo cui l’essenza dell’opera d’arte è contenuta nella forma, è attraverso essa che l’artista esprime la propria visione delle cose. Parliamo dunque della forma di queste due opere d’arte gemelle e cerchiamo di risalire alla visione che essa sottintende. Cominciamo dai materiali: plastica e profilati metallici; prodotti industriali dunque. Passiamo all’illuminazione: colori forti, innaturali, artificiali; da insegne pubblicitarie appunto. E giungiamo alla geometria dell’insieme: moduli tutti uguali, dalla forma elementare, il cubo, riprodotti in serie e accostati in file rettilinee a riprodurre la medesima forma su scala più grande. E’ la quintessenza della produzione di massa: standardizzazione, quantità, replicazione uniforme, semplificazione estrema. Aggiungiamo l’indifferenza al contesto urbanistico in cui le due installazioni sono state inserite, che suppongo essere premeditata, il programmatico non-dialogare con lo spessore del tempo di cui sono intrisi gli edifici di un centro storico medioevale quale è quello di Lucca. E’ un’opera d’arte questa? Certo che lo è, nella misura in cui con la sua forma esprime la quintessenza della sociocultura che è chiamata a rappresentare: la società basata sulla produzione industriale non più intesa come mezzo per soddisfare dei bisogni ma come fine, la società della crescita.

E adesso parliamo della frase, anch’essa replicata in maniera monocorde su cartelli tutti uguali, fatti in serie anch’essi, con l’unica variante della diversità delle lingue. Innanzi tutto, questa omologazione delle diversità, non ci ricorda qualcosa? L’(anti)utopia realizzata della globalizzazione forse? Datemi pure del capzioso, ma a me ricorda proprio questo. Ora però parliamo della frase in quanto tale, del suo significato. E sgombriamo subito il campo da un equivoco: essa non contiene in sé alcuna spinta “alternativa” nei confronti del presente, anzi lo celebra acriticamente. Perché l’ “andare oltre” non mette in discussione la strada che si sta percorrendo ma al contrario è un invito a continuare a percorrerla indefinitamente. Sotto le mentite spoglie del superare l’esistente inneggia alla sua perpetuazione. L’ “andare oltre” poi non è altro che la mistica dell’incessante divenire che caratterizza quelle che Lévi-Strauss chiamò le società calde e, fra tutte, l’insieme delle società industriali che ne sono la massima realizzazione. E’ la mistica del nuovo per il nuovo, necessaria, come ha ben spiegato Pallante, a sostenere una società basata sulla crescita continua della produzione di merci. Ecco dunque che questo invito ad “andare oltre” è espressione di un’ideologia conservatrice. Vogliamo anche dire “di regime”? Non mi sembra un’esagerazione. Al contrario un’alternativa, qualunque essa sia, è l’esatta negazione del proseguire a testa bassa sulla stessa via, consiste piuttosto nell’abbandonarla per imboccare un’altra via: “andare altrove si può”. Ma è esattamente ciò che questa “arte” si guarda bene dal suggerire, dal supporre, dal pensare. E soprattutto dal fare.

 

 

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