Posted on nov 20, 2015 in Caffé filosofico, Il Re è nudo, In evidenza, Saggi

Se questa è arte
 

di Filippo Schillaci

 

Come si chiami non si sa. Di lui si conosce solo il soprannome che si è dato, quello che in altri contesti si chiamerebbe il nome d’arte. In altri contesti ma non in questo, perché di arte nel suo caso davvero stento a parlare. È dunque noto come Invader. Ciò che fa è “decorare” o, come lui dice, invadere i muri degli edifici con mosaici raffiguranti i personaggi di un videogioco di trent’anni fa che si chiamava Space Invaders: mostriciattoli extraterrestri da abbattere a colpi di mouse o di quel che era in quei tempi lontani. Sono immagini a bassa definizione quali erano quelle di allora, dunque fortemente stilizzate, più esattamente elementari, decisamente prive di qualsiasi connotato che possa appartenere al dominio del bello. Un’estetica della banalità, non diversa da tanta “musica” di consumo fatta in serie in cui una manciata di note ripetute sempre uguali basta a fare una “canzone”.

La versione ufficiale dei fatti è che l’ignoto “artista” opera in totale clandestinità; non chiede autorizzazioni, permessi, riconoscimenti. Nulla di istituzionale: trasgressione a trecentosessanta gradi. Ma poi si scopre che le sue “opere” sono quotate per centinaia di migliaia di euro e che vari amministratori pubblici sono insorti in sua difesa quando qualcuno, accortosi che i suoi capolavori avevano “impreziosito” anche edifici di (desueto) pregio storico, aveva avuto qualcosa da ridire. Amministratori pubblici, cioè fonti istituzionali, in difesa di un trasgressore? C’è qualcosa che non quadra.

Ho scritto che stento a parlare d’arte, tuttavia questa affermazione pecca di superficialità. Dunque domandiamoci: questa è arte? Possiamo dire che lo è certamente per due terzi. Mi spiego. Un secolo fa Kandinsky scriveva che l’artista deve esprimere tre cose: punto primo, se stesso in quanto creatore; punto secondo, la sua epoca in quanto figlio di essa e infine, punto terzo: l’arte, essendo egli al servizio dell’arte[1].

Costui esprime certamente se stesso, benché l’attributo di creatore nel suo caso sia piuttosto esagerato. Riproduttore andrebbe meglio, non importa di cosa. Ma anche limitarsi a riprodurre passivamente è un modo di esprimere se stessi: la propria impotenza creativa se non altro. Dunque il primo punto è soddisfatto. Incidentalmente poi, egli esprime con ciò la monotona ripetitività del mondo cui appartiene, e certamente ciò fa parte del suo esprimere la propria epoca. Anche il secondo punto è dunque soddisfatto, ma in questo egli si spinge molto più in là; direi che della propria epoca egli giunge a fare la più compiuta, perfetta apologia. Viviamo in un momento storico in cui la produzione e i consumi fini a se stessi sono diventati il centro della vita e dei valori di intere socioculture, o meglio di dozzine di incarnazioni della stessa sociocultura standardizzata. Produrre e consumare, non importa cosa, poiché il mezzo è diventato il fine. E se l’atto del produrre e del consumare viene svuotato di qualsiasi significato esterno per divenire un valore in sé inerente alla vita pratica, allora la banalità, il vuoto devono diventare valori in sé inerenti alla vita interiore. Ecco dunque che l’arte prende la banalità come suo soggetto, la riveste di un’apparenza “di tendenza” come la cosiddetta “trasgressione” (che poi sia solo per finta non importa, tanto nessuno ci fa caso) ed ecco che il cuore della propria epoca è stato compiutamente espresso. Il successo è assicurato; e le quotazioni di mercato pure.

Questi due punti, scrive Kandinsky, sono quelli grazie ai quali l’opera d’arte ha buone probabilità di essere apprezzata nel presente, di diventare popolare perfino; sono quelli che determinano il successo, ed è quanto pare stia accadendo al nostro Invader. Ma ora veniamo al terzo punto che, scrive ancora Kandinsky, è quello grazie al quale l’opera d’arte esce dai confini della contingenza storica e si protende verso quella dimensione che con un po’ di ottimismo egli chiama eterna e che tale può esser definita solo nella misura in cui tale può esser considerata la specie umana, cosa che appare sempre più dubbia. Ma passiamola per buona. Ora, immaginiamo i suoi mosaici a base di mostriciattoli visti con gli occhi di un ipotetico uomo del cinquantesimo secolo. Nella prospettiva di così grandi lontananze temporali essi sono non molto posteriori ai mosaici paleocristiani di Ravenna e pressoché contemporanei a Botticelli e Turner. Nulla di più ovvio dunque che fare un confronto. Un confronto dal quale il povero Invader uscirebbe sbriciolato. Ecco dunque che il punto tre, quello dell’eternità, non gli appartiene. Probabilmente già fra vent’anni non sentiremo più parlare di lui perché qualcun altro avrà preso il suo posto inventandosi qualche “nuovo” (nuovo?)  modo di “trasgredire” (trasgredire cosa?). Certo, egli avrà nel frattempo fatto un po’ di soldi, come ogni abile venditore di fumo che si rispetti, e anche in questo, soprattutto in questo, egli esprime se stesso e la propria epoca. Ma nient’altro.

 

 



[1] W. Kandinsky, Lo spirituale nell’arte, Edizioni Se, Milano, 1989, p. 55.

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