Posted on lug 24, 2013 in Architettura e Urbanistica

Lèon Krier, il progetto urbanistico per il quartiere di Novoli e lo stravolgimento attuativo operato dagli architetti Gabetti e Isola
 

Lèon Krier, il progetto urbanistico per il quartiere di Novoli e lo stravolgimento attuativo operato dagli architetti Gabetti e Isola:

 1. Inquadramento storico

2. Trascrizione dell’intervista a Lèon Krier del 18/06/2009

3. Conferenza di Lèon Krier del 18/06/2009

a cura di Alessandro Pertosa.

 

Negli anni ottanta, la Fiat decise di chiudere la sua fabbrica di pezzi di ricambio (che cinquanta anni prima era stata progettata come fabbrica di aerei vicino all’aeroporto) trasferendo altrove l’intera struttura, con l’obiettivo di ricavare dei profitti dalla vendita dell’area resa edificabile. Il progetto fu affidato, all’inizio, all’architetto Bruno Zevi, il quale collegò l’area Fiat all’area Fondiaria, che si trovava al di là della ferrovia, in una zona vicina all’aeroporto di Peretola, con l’idea di concentrare le due aree in un unico piano urbanistico.

Contro questo progetto emerse a Firenze una forte opposizione, che si concretizzò con un appello sottoscritto da novanta intellettuali – pittori, scultori e scrittori famosi – che mossero talmente le acque tanto da provocare la «famosa» telefonata con cui l’Onorevole Achille Occhetto, allora segretario dell’ex PCI, diede l’ordine alla segreteria provinciale del partito di non avallare le intenzioni della Fiat.

Giannozzo Pucci, uno dei maggiori oppositori del progetto Fiat-Fondiaria, entrò in consiglio comunale nel 1990 (e vi rimase fino al 1995), divenendo Presidente della Commissione Urbanistica. Convinto della necessità di dover rispettare un certo ordine urbanistico, Pucci si rese disponibile a discutere su Novoli, ma chiuse ogni possibilità di trattativa sull’area della Fondiaria, perché a suo avviso il progetto avrebbe unito con edifici enormi due città diverse, Firenze e Sesto, che dovevano invece mantenere ognuna la propria identità. Egli propose, allora, di accantonare il progetto Fiat-Fondiaria per cominciare a ragionare secondo canoni architettonici e urbanistici diversi. Il suo intento era di riqualificare una periferia degradata, come quella di Novoli, per farne un quartiere bello e, soprattutto, concordante col resto della città di Firenze, ricca d’arte e di storia.

La giunta di centrosinistra, l’ultima della prima repubblica, composta da democristiani, socialisti, repubblicani e liberali diede allora l’incarico a Leon Krier. Giannozzo Pucci tiene però ancora oggi a precisare che in verità la nomina di Krier si ottenne grazie alla Fiat più che alla politica. La Fiat, infatti, dopo aver fallito con i tentativi di Bruno Zevi, prima, e Lorenz Halprin, dopo, tra i due nomi proposti da Pucci in commissione consiliare, Krier e Christopher Alexander, scelse il primo. «Feci i nomi di Krier e Alexander – afferma Pucci – perché erano due sostenitori di un ritorno alle regole umane della città e degli spazi costruiti in rapporto con le dimensioni degli esseri umani e della natura. Per correttezza non potevo fare un nome solo, ma se avessi potuto avrei fatto certamente quello di Krier».

Leon Krier era conosciuto in consiglio comunale poiché Pucci ne aveva già parlato molte volte, sia durante i lavori dell’assemblea, sia direttamente all’assessore all’urbanistica Franchini, senza ottenere tuttavia alcun risultato. Tuttavia, deciso a non mollare, riuscì a convocare i responsabili della Fiat e chiese loro di spiegargli perché si affidavano sempre ad architetti ipertecnologici e fabbricanti di grattacieli. I tecnici Fiat risposero testualmente: «A chi altro potremmo affidarci?». La risposta fu immediata: Leon Krier o Christopher Alexander. Dopo meno di ventiquattro ore da quel colloquio, Giannozzo Pucci ricevette una telefonata dell’assessore Franchini che gli chiedeva il numero telefonico di Krier, e da quel momento la storia di Novoli si intrecciò con le idee dell’architetto belga.

Nel 1993, Leon Krier ricevette l’incarico di tracciare delle linee guida urbanistiche per Novoli, ma il suo progetto originario venne stravolto successivamente, fra il 1996 e il 2003, con diverse varianti in corso d’opera, dal duo Gabetti e Isola, come si evince molto bene dalla seguente intervista rilasciata dallo stesso Krier.

 

Trascrizione dell’intervista a Leon Krier del 18 Giugno 2009

Intervistatore: Leon Krier è tornato sul luogo del delitto.

Prima di tutto ricordiamo che stiamo parlando di uno dei più grandi architetti ed urbanisti – famoso per la sua difesa dell’architettura classica favorevole ad un modello di ricostruzione tradizionale delle città europee. Leon Krier è colui che ha progettato, per la parte urbanistica, il quartiere di Novoli. Quartiere molto discusso per la sua realizzazione. Dicevamo, Leon Krier è tornato sul luogo del delitto, che è proprio Novoli: lo abbiamo incontrato in un Hotel nel cuore della nuova Novoli. L’intervista doveva svolgersi all’aperto, ma vuoi per il caldo, vuoi perché Krier non voleva avere sotto gli occhi, durante l’intervista, quello che poi ne è stato del suo progetto iniziale, rifugiati nella hall di questo albergo, con l’aria condizionata, abbiamo cominciato a ragionare su cosa è accaduto, ovvero su cosa è successo al progetto originario di Novoli proposto da Krier. Come sentirete, le critiche di Krier sono molto nette, molto pesanti, ma anche estremamente motivate e argomentate.

Krier: Ci troviamo a Novoli in un quartiere concepito negli anni ‘93 come piano guida da me, Leon Krier, e questo era un incarico datomi dal Comune di Firenze in protesta e in un certo modo in alternativa a progetti proposti dalla Fiat per più di vent’anni, sotto la direzione del famoso Bruno Zevi. Progetti che sono stati tutti rifiutati e soprattutto molto criticati dai residenti e da tante persone di cultura, perché prevedevano una zona con edifici enormi di uffici soprattutto occupati attorno a un lago privatizzato per questo business park. Allorché Zevi ha impiegato stars dell’architettura mondiale, come all’epoca Laurence Halprin e Richard Rogers, che sono divenuti dopo dei mega stars. Ma comunque hanno tutti fallito. Quando io ho avuto l’incarico di questo piano, l’architetto del comune pensava che non era evitabile costruire grattacieli. Io ho fatto un calcolo di 20 minuti e ho capito che si potevano ridurre a due, tre, massimo quattro piani. Non ci credevano. Ho fatto i calcoli e pensavano che non fosse possibile.

 

Intervistatore: Questa zona veniva comunque immaginata in questo modo, cioè una zona di grattacieli. Ma questo avveniva anche per una filosofia dell’epoca. Cioè una filosofia dove erano importanti le zone: lì mettiamo il bello, lì il divertimento, lì il pratico, lì mettiamo il lavoro, lì il dormire. Questo forse era l’errore di fondo.

Krier: Questa zonizzazione funzionale si accompagnava anche a una tipologia urbanistica che noi conosciamo tutti: gli immensi capannoni per le industrie, gli immensi grattacieli per le banche, la gestione industriale, e poi le caserme per il povero popolo che è disperso attraverso il paesaggio. Lì tutti vivono in stato di alienazione totale, perché si trovano sempre in macchina in strade congestionate.

Invece alcune persone come Franchini, l’assessore all’urbanistica, l’ingegnere Marcello Vittorini, che faceva il piano regolatore per Firenze, e poi soprattutto Giannozzo Pucci, il capo dei verdi della Toscana, che lavorava discretamente per il sindaco Morales (nomen est omen) che era un uomo di grande statura morale, avevano capito che quel progetto urbanistico non funzionava. Quindi mi avevano chiamato nonostante all’epoca avessi poca esperienza di urbanistica, non avevo ancora iniziato l’esperienza urbanistica di Poundbury per il principe di Galles, che ora è mezza finita. Dunque, con poca esperienza mi hanno affidato questo lavoro. Durante il giorno lavoravamo in Municipio e la notte vedevamo i politici di maggioranza e  di opposizione, perché Giannozzo Pucci era un uomo di dialogo e erano tutti d’accordo che un piano per Novoli doveva trascendere le rivalità politiche, perché Novoli essendo già un’area disastrata aveva ora una nuova occasione, poteva salvarsi e rappresentare un modello che era altra cosa rispetto a questi immensi centri direzionali che si trovano in giro per il mondo, e che fanno così povera figura a Milano, Torino, Parigi, New York.

 

Intervistatore: Forse ha presente anche il centro direzionale di Napoli che doveva rappresentare il fiore all’occhiello, ed è un posto dove di notte fa paura andarci.

Krier: Sì ma tutti questi posti nel modo, salvo nelle dittature, fanno paura perché sono veramente posti in cui non c’è maestria di questi luoghi. Sono concepiti da esperti che sono esperti di uffici ma non capiscono nulla della città, ch’è una cosa molto più complessa. Dunque per sei mesi abbiamo avuto questa collaborazione assolutamente formidabile, e poi questo piano guida è stato tradotto da una ditta Gabetti & Isola di Torino, i cui soci mi fecero capire chiaramente che avrebbero interpretato il mio lavoro a loro piacere, e il risultato si vede. Ne è venuta una traduzione mal capita delle mie guide da parte di questi Gabetti & Isola, che trasformarono completamente la concezione del piano guida del centro di Novoli.

 

Intervistatore: Ci racconta in che modo questo è avvenuto? Lei ha usato una parola secondo me molto utile nella nostra contemporaneità: «Cattiva traduzione».

Krier: Cattiva traduzione, esatto. Prima, l’idea del parco. L’idea del parco era l’idea di avere un parco centrale per Novoli. Novoli è un’area grande come il centro storico, inclusi i sobborghi del’800 della circonvallazione di Poggi. All’interno Novoli è molto grande, è un’immensa area. Dunque avevamo una città intera che mancava di centro. Quando prima si attraversava l’area non si sapeva mai dove si era, se alla fine, al nord, al sud: c’era una confusione totale. Comunque ci sono due immensi viali, Via di Novoli e viale Guidoni, che erano  tangenti a quest’area della Fiat e davano la possibilità, se c’è un grande parco di nove ettari, che era anche prescritto ma che la Fiat aveva privatizzato, se questo va fra i due viali, dunque si può vedere da un viale all’altro, e diviene un parco centrale, come il Central Park a New York. Tutti capiscono cos’è il Central Park, perché è un’idea molto semplice: la strada che circonda il Central  Park a New York è più alta del parco, si guarda sempre dentro il parco anche di due o tre piedi, di un metro al massimo due metri, ma questo abbassamento del fondo del parco permette all’occhio di vederlo come un grande spazio collettivo. Invece quello che si è fatto qui, si è fatta una montagna o due montagne, e una montagna non è più uno spazio, è un oggetto che ingombra il centro, ma non dà il senso del centro perché non unifica. Uno spazio è un vuoto come la piazza di Palazzo Vecchio che unifica gli edifici attorno, invece se si mette una montagna sulla piazza Signoria si hanno edifici attorno ma non c’è più la piazza. Dunque, questo è un errore già fondamentale. Il secondo ancor più problematico è che Gabetti & Isola insieme con gli architetti che si sono occupati dei diversi elementi da costruire hanno riorganizzato lo zoning del mio piano, che era non zone per zona geografica ma per lotto o per blocco. L’Università e il Rettore, all’epoca, dell’Università era d’accordissimo, dopo qualche discussione molto viva ma fruttuosa, che l’Università non dovesse essere un blocco di edifici, ma poteva essere dispersa attraverso il quartiere di diverse facoltà. Dunque nel mio progetto i palazzi non erano tutti come adesso, accollati in una zona, ma erano distribuiti: due, la Biblioteca e il Rettorato, sulla piazza centrale, un altro vicino al Palazzo di Giustizia, e un altro su una piccola piazza. E dunque questi edifici universitari, che sono come gioielli, perché sono edifici che interessano tutta la comunità, non sono banali, e dunque avevano ognuno la sua piazza che dovevano dominare, e dunque dare carattere a una piazza, che senza questi, se c’è tutta una stessa funzione attorno ad una singola piazza diviene banale, diviene ripetitivo, e si vede. Tutti questi architetti (Gabetti & Isola, n.d.r.) hanno fatto un modulo poi l’hanno ripetuto su tre, quattro, cinque blocchi e con questo hanno voluto far dimenticare attraverso un’agitazione ossessiva della volumetria. Se si guarda al mio piano, ogni blocco è circondato di muri continui esattamente come gli isolati fiorentini, ma estremamente variati nelle parcelle e nelle dimensioni delle parcelle, e dunque corrispondente ognuna a una sua funzione: se abitativa, pubblica, alberghiera, e così attraverso localizzazioni molto specifiche. L’ultimo edificio che è veramente disposto bene è l’albergo, è brutto ma almeno è a un buon posto tra la piazza e il parco. E si sente: se questi edifici sono strutturati allora bene, io avevo dato indicazione di far veramente copiare linguisticamente, formalmente, materialmente, proporzionalmente e nel carattere l’architettura fiorentina classica, perché tutti amano questa architettura, è estremamente facile codificarla, e l’ho fatto su tre pagine, non è complicato, anche un ignorante può copiarla.

 

Intervistatore: È facile codificarla, ed è facile anche abitarla, viverla, starci dentro.

Krier: E soprattutto farla bene, perché è un linguaggio formidabile, è amato da tutto il mondo. E l’architettura fiorentina non è solo Giotto, ma sono anche le case modeste con un piano terra fatto in pietra e sopra c’è lo stucco con persiane e poi una bella cornice e basta, è una bella architettura. Invece qui c’è un’agitazione assurda di volumi che non si capiscono, che non si sa se sono fabbriche, abitazioni, non so.

 

Intervistatore: Nella traduzione sbagliata noi leggiamo con difficoltà, infatti, non riusciamo a capire dove finisce l’Università, dove iniziano le abitazioni private. E poi di notte, ad esempio, qui ci sono prostitute, ci sono feste clandestine; non è un luogo di relazioni, di socialità. Forse questo è l’effetto più drammatico di tutto quello che è accaduto.

Krier: Sì perché il segreto dell’urbanistica tradizionale è che si riduce la superficie pubblica a una quantità altamente controllata di piazze e di strade, qui c’è una confusione: le strade son talmente larghe o talmente aperte, invece sul piano originale le strade si restringono verso le piazze e dunque c’è un’intimità fra piazza e strada; le strade quando sono larghe sono alberate. L’idea era di avere una uniformità di pavimento esattamente come nei centri storici antichi, dove si ha il pavimento da muro a muro invece di avere tutte queste pavimentazioni complicatissime. Mettono adesso gli oggetti per vietare alle macchine di posteggiare.

 

Intervistatore: Si vedono piloni, blocchi di cemento, catene.

Krier: Un disastro. Perché vogliono vietare alla gente di parcheggiare in strada, per pagare i parcheggi sotterranei. La Fiat voleva fare due piani. Io ho detto no, un piano solo al massimo di parcheggi sotto ogni blocco urbano che avrà proprie rampe di accesso per gli abitanti, i visitatori parcheggiano nella strada, basta. Abbiamo abbastanza piazze e dunque nelle strade, quando sono larghe, si avrebbero alberi. Adesso perché i parcheggi sono dappertutto, due piani sotto, non è più possibile di piantare alberi perché costa troppo mettere un albero su un parcheggio, e dunque si fa una specie di deserto iperdisegnato, costosissimo e poi non aumenta la qualità, fa una specie di caos e non si sa perché non ci si sente bene, seguono variamente delle regole, hanno finestre verticali ma non basta avere finestre verticali, si devono avere due falde per aprirle, si devono avere finestre tradizionali, perché c’è una ragione di avere questo. Qui ci sono strumenti ipercomplicati, i negozi e i ristoranti sono troppo aperti; io avevo detto non più di un terzo del mezzanino o del piano terra deve essere aperto come nei centri storici, e dunque non c’è bisogno di proteggere per il troppo sole invece qui si brucia anche con l’aria condizionata. Ci sono delle cose insensate. Attorno al Central Park, per esempio, non c’è una griglia per recinzione, perché è usato anche la notte ed è abbastanza controllato. Qui, nel vicino parco, adesso c’è una griglia di recinzione ancora dipinta di blu che è di cattivo gusto. Dove ci sono tutte queste accumulazioni di oggetti che distruggono l’idea originale.

 

Intervistatore: Prima ha detto «iperdisegnato»; sembra di vedere alle volte quando noi profani guardiamo un disegno: lo vediamo che è artificiale perché appunto è un’immagine disegnata. Qui invece, è vero, è artificiale nel suo essere iperdisegnato. C’è qualcosa che l’ha colpita particolarmente, un oggetto, un edificio, forse la montagna?

Krier: La montagna, ma il grosso scandalo è il Palazzo di Giustizia che è un simbolo di una cosa che è fuori controllo. È un edificio che è criminalmente aggressivo. Io avevo visitato l’edificio di Ricci a Savona, e molti, ho parlato a tante persone che usano questo mostro, anche utenti ma anche pedoni attorno, hanno chiesto: «ma perché è stato costruito così?». È un edificio odioso. Alto, ma si espande anche in modo indecente. Noi abbiamo fatto all’epoca altre cose, perché ero totalmente contro questo edificio, perché lo sapevo che sciupava gli skyline non solo di Novoli.

 

Intervistatore: Se lei va, mi perdoni, a San Miniato al Monte vede il Palazzo Vecchio, la cupola del Brunelleschi e il Palazzo di Giustizia è il più alto di tutti a questo punto.

Krier: È più brutto anche. Ma perché questo se si mette sopra la pianta del centro storico, questo edificio si estende dal Duomo fino all’Arno. È un edificio di una scala assolutamente mostruosa e questo come simbolo della giustizia è uno scandalo. Infatti io con mio fratello abbiamo costruito il Palazzo di Giustizia in Lussemburgo, che è più o meno delle stesse dimensioni, ma diviso in otto blocchi separati, perché ogni blocco ha la figura e il contenuto di un ente della giustizia. La giustizia non è un immenso organismo indifferenziato ma è fatto dal Tribunale, dalla Corte d’Appello, dal Tribunale dei Minorenni, dai Servizi Sociali, dalla Mensa, e così si può fare una città. E invece questo è una specie di blocco terrificante che fa paura non solo ai criminali ma anche agli innocenti. È una cosa che è uno scandalo.

 

Intervistatore: Senta, io vorrei farle un’ultima domanda su una questione che è stata molto dibattuta a Firenze e che riguarda la cosiddetta «urbanistica partecipata», o meglio riguarda il ruolo tra gli architetti, le idee, la politica e poi chi in qualche modo mette i soldi, va a realizzare le cose che devono essere realizzate. Probabilmente negli anni da quando lei ha immaginato Novoli a quando poi questa parte di Novoli è stata realizzata si è rotto pesantemente un equilibrio dove chi alla fine deve costruire mette da una parte le idee degli architetti e comanda sulla politica, detta ordini alla politica, non prende ordini dalla politica. È accaduto questo secondo lei, oppure no? Oppure che cos’è che si è rotto, che meccanismo si è rotto?

Krier: Penso che non si può dare la colpa ai promotori. I promotori fanno il loro mestiere.

 

Intervistatore: Sì, ma se il privato comanda e il pubblico non comanda più.

Krier: Sì, ma il problema è che questa è veramente una dimostrazione che il pubblico, che il comando pubblico era estremamente confuso. Era sotto la critica degli abitanti che hanno cambiato il nostro piano e poi non hanno rispettato questo nostro piano che era stato approvato dal governo locale. E dunque è un problema non tanto della promozione ma soprattutto del concetto di architettura. Soprattutto c’è una falsa idea che inquieta non solo gli architetti ma adesso anche i politici che sono lavorati sempre da consiglieri grigi alle spalle, perché si deve essere del nostro tempo, perché noi dobbiamo firmare un’architettura del nostro tempo. Io direi di domandarsi: sarebbe possibile oggi di fare un’architettura che non fosse del nostro tempo? Siamo condannati a fare un’architettura del nostro tempo, e questa architettura è quasi uniformemente al 98% non di qualità, non è sostenibile neanche, non è ecologica, non è estetica è un’aberrazione basata molto sulla paura di essere passatisti, soprattutto in belle città come Firenze.

 

Intervistatore: Si immagina la rottura, diciamo così.  Non devo copiare quello che è già accaduto ma inventare il futuro.

Krier: È una reazione di persone viziate, hanno tutto, vivono tutti lì contenti e poi per gli altri fanno degli incubi che non servono a nessuno. Questo penso che adesso è molto conosciuta la posizione dal principe di Galles per cui ho lavorato per più di vent’anni. E stiamo realizzando una città intera che è veramente coerente, non è come Novoli. E veramente, si fa tutto quello che si è promesso, si deve andare a vedere, perché è esattamente bella come una città storica.

 

Intervistatore: In definitiva Novoli ha perso l’occasione di ritrovare un’identità e un’anima.

Krier: Sì, questo è il lato melancolico. Perché lo sforzo per fare un quartiere così è enorme. Non solo il tempo perso dagli intellettuali o da quelli coinvolti nella pianificazione, ma soprattutto anche tutti gli operatori che hanno lavorato qui duramente e alla fine il risultato è triste. Invece se l’idea è buona, lo vedo in tutti i miei cantieri, una volta che l’artigiano capisce che veramente qui si lavora su un vero pezzo di realtà e non di fantasia, sono estremamente contenti, vengono anche con le mogli per mostrare, coi bambini, sono fieri e vogliono viverci. Invece di questi palazzoni non penso che siano fieri, perché sono troppo uguali, ripetitivi, sono cloni, non sono veramente case per abitare.

 

Conferenza di Lèon Krier del 18 Giugno 2009

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