Posted on feb 28, 2026 in Caffé filosofico

 

di Luigi Lombardi Vallauri

 

1. Politica del desiderio e individualismo possessivo

Ogni politica del diritto e dell’economia resta fatalmente inefficace se non è accompagnata e sostenuta da una corrispondente politica del desiderio. E dunque la scienza necessaria per giudicare un regime giuridico-economico è la scienza del giusto desiderio.

Ora, quale desiderio egemone regna oggi nelle società evolute? Il desiderio - la sete - di ricchezza, potere, notorietà-successo: i tre beni che nella mia terminologia definiscono l’individualismo possessivo. Il quarto desiderio - la quarta sete - è quello del piacere che nasce dal possesso dei primi tre beni.

Il compito principale della filosofia dell’economia politica oggi è dunque la valutazione critica dell’individualismo possessivo.

La cosa impressionante è che l’individualismo possessivo è talmente egemone da accomunare non solo New York e Mumbai, Shanghai e Rio, Mosca e Milano, ma anche la destra e la sinistra, i ricchi e i poveri, i capitalisti e i lavoratori, gli idoli sociali e i criminali, gli Stati e le mafie. Il socialismo e il sindacalismo materialisti tendono a distribuire secondo un modello egualitario anziché elitario il profitto e il potere, ma non a superare i valori stessi profitto e potere; le sedicenti guide della rivoluzione spesso non sono state altro che i potenti altoparlanti egualitari, tra le masse, della cultura egemone.

Ma l’individualismo possessivo accomuna, anche, le star del profitto e del potere legali e le mafie. Infelice quel paese in cui circola l’idea che il crimine è una via sbagliata per raggiungere gli obbiettivi giusti, in cui gli uomini di successo e i grandi criminali si distinguono in base ai mezzi più che ai fini.

L’omogeneità di valori/beni/fini (diciamo l’omogeneità di antropologia, di concezione dello “sviluppo della persona”) tra destra elitaria, sinistra egualitaria e criminalità organizzata è imbarazzante; e l’imbarazzo aumenta ancora se si osserva che gli Stati stessi, almeno in politica estera, ricercano il profitto e il potere come beni unici o prevalenti. Sono, come le corporations, dei giganteschi individualisti possessivi. Attraverso le immense carneficine pubbliche eufemisticamente chiamate guerre gli Stati hanno commesso, per il profitto e il potere, crimini che il più paranoico boss mafioso non ha probabilmente mai nemmeno sognato.

2. Critica dell’individualismo possessivo

Cosa ha da dire, sull’individualismo possessivo, la filosofia intesa come scienza del giusto desiderio?

La risposta esigerebbe di ripercorrere un’immensa tradizione di pensiero.

Mi limiterò a minimi accenni banalizzanti.

2.1. Critica sul piano individuale

Per prima cosa bisogna riconoscere l’avere e il potere, la fama/prestigio e il piacere come valori reali. Basta pensare all’ipotesi contraria: è assurdo sostenere che la miseria e l’espropriazione, l’impotenza, la vita oscura, la frustrazione o la sofferenza possano essere la realizzazione plenaria dell’uomo. Si deve tuttavia vederne anche le potenzialità distruttive e i limiti. La sete di ricchezza è probabilmente la più diffusa malattia mortale dell’anima umana. Essa falsa sia le professioni che le relazioni interpersonali; reifica il mondo sottraendogli la sua bellezza intrinseca e gratuita; è all’origine della maggior parte dei generi di crimine. Ma tutta la quadruplice sete è la radice della violenza dell’uomo sull’uomo. È vero che scava il suo percorso nella direzione di valori veri, legati alle forme fondamentali dell’indigenza ontologica dell’uomo; ma è anche vero che dismisura e orientamento egoico le sono quasi connaturati e alimentano le sue spaventose potenzialità distruttive.

Quanto ai limiti: le ricchezze, il potere e la notorietà sono beni esterni, non sono beni propri né dell’anima, né del corpo. Dicono quindi molto poco sul valore di chi li detiene, e anche sulla sua felicità.

La ricchezza, in particolare, sembra avere per l’anima un’importanza proporzionale alla sua debolezza e insoddisfazione profonda. Il forte, il grazioso, il coraggioso, il giovane vanno leggeri. Le situazioni di pienezza, le peak experiences rendono spontaneamente poveri; l’amore nel suo primo rapimento si contenta di quasi niente, basta a se stesso; la sapienza, la contemplazione, l’ispirazione creatrice, non «possiedono», «aprono a».

Si può dire con sicurezza fenomenologica che un uomo appassionato di ricchezza è un povero uomo. Anche l’analisi dell’anima dell’uomo di potere e dell’uomo di notorietà si rivelerebbe devastante.

Quanto al centro stesso dell’individualismo possessivo, la curvatura egoista o egoica del desiderio, la collocazione dell’«io odiabile» (Pascal) al centro del mondo, essa è l’avvio criminogeno per eccellenza ed è certamente sbagliata. La critica dei soggettivismi assoluti sia individuali che collettivi, sia privati che pubblici, è quindi ben sicura del fatto suo.

L’orientamento egoico s’oppone frontalmente all’orientamento pleromatico della coscienza, che solo ne costituisce la verità.

2.2 Critica sul piano sociale

Abbiamo fin qui criticato i valori dell’individualismo possessivo mostrando in quale senso essi sono incompletamente soddisfacenti sul piano individuale.

Ma i loro limiti si manifestano ulteriormente se si esamina la loro proiezione sociale, vale a dire lo «spazio» dove i soggetti individualisti-possessivi di ogni statura interagiscono. È per me un punto cruciale della filosofia politica e della filosofia dell’economia.

La ricchezza, il potere, la notorietà, il piacere che ne nasce sono, sul piano sociale o sistemico, beni esclusivi, cioè beni il cui possesso o godimento da parte di un soggetto esclude (o riduce) per essenza il possesso o godimento da parte degli altri. La mia proprietà esclude la tua; i beni materiali (le res extensae) si escludono a vicenda nello spazio, così che l’accrescimento di uno equivale al decremento dell’altro (infinite automobili = zero strada, infinite strade = zero paesaggio, infiniti yacht = zero mare). Il potere e la notorietà sono esclusivi perché comparativi, occorre averne più degli altri: un accrescimento generalizzato, paritario, di potere o di notorietà è un concetto privo di senso. (Ne segue che l’attuale presidente del consiglio italiano, costituendo il triplice pieno successo dell’individualismo possessivo, è un errore filosofico ambulante. L’idea di “essere tutti come lui” è ontologicamente assurda: non si può imitarlo, si può solo spodestarlo.)

Dunque una cultura dell’interesse prevalente per i beni esclusivi, cioè una cultura dell’individualismo possessivo, è per essenza generatrice di crisi; crisi non episodica o congiunturale, ma logicamente necessaria, permanente e strutturale; crisi non solo economica e politica, ma etica, ecologica, psicologica e sociale.

Ci vorrebbe la moderazione. Ma l’uomo non vive volentieri di moderazione. L’uomo è fatto per l’illimitato. Diventa dunque essenziale scoprire beni profondamente soddisfacenti e al tempo stesso non esclusivi, cioè disponibili per tutti in quantità illimitata.

3. Valori autentici, beni non esclusivi

Questi beni esistono. Sono i beni del corpo, della mente e della relazione affettiva, cioè delle tre dimensioni costitutive dell’umano. Quando qualcuno mi chiede cosa desidero rispondo: “un corpo sano, infaticabile e dotato di tutte le abilità; una mente infinita, colta e contemplativa; e tanto, tanto amore”. Non ho nominato in nessun modo l’avere, il potere e la notorietà/successo. Però ho nominato dei veri e propri beni, al tempo stesso altamente soddisfacenti e non esclusivi.

Che sono altamente soddisfacenti si vede con solare chiarezza: basta chiedersi cosa varrebbe la vita senza di loro. Ma esiste un generalizzato complotto, una specie di avvolgente Truman show, che induce a lasciarsi abbacinare dai beni dell’individualismo possessivo. Onnipervasivi sistemi di passivizzazione persuadono ininterrottamente a desiderare la ricchezza e ogni singolo oggetto di acquisto e consumo, presentati con voce urlante o dolcissima come le chiavi della felicità; a prendere per incredibilmente importanti le dichiarazioni e le autoreferenziali manovre dei potenti; a idolatrare, quasi partecipi di un’ontologia superiore e para-divina, i famosi/visibili. Il non-ricco, il non-potente, il non-divo è un verme. Inesiste.

Il secondo aspetto (che mi riempie ogni volta di meraviglia, al pensare quanto è fatto bene il mondo) è che i beni del corpo, della mente e della relazione non sono solo altamente soddisfacenti in termini di fruizione individuale; sono anche non esclusivi sul piano sistemico-sociale. La mia salute, forza, abilità fisica nulla toglie a quella degli altri, la mia mente colta e contemplativa nulla toglie, anzi aggiunge alla sapienza altrui, il mio “volermi-bene-con” non solo non esclude l’altro ma lo include necessariamente, appartenendo al sottogruppo dei beni non esclusivi in quanto addirittura inclusivi.

I tre beni non esclusivi generano uno spazio sociale “compatibile”, che cioè consente le espansioni illimitate di tutti I soggetti.

4. Per uno spazio sociale “compatibile”

Facciamo il punto. Non sono pienamente soddisfacenti né espansioni compatibili limitate, né espansioni illimitate incompatibili.

Sotto questo aspetto l’individualismo possessivo ugualitario, “di sinistra”, commette l’errore di volere l’espansione illimitata di tutti i soggetti in uno spazio incompatibile. Poiché la ricerca dei beni esclusivi fonda una spazialità sociale di esteriorità reciproca, come quella tra le res extensae cartesiane, per poter realizzare senza repressione l’espansione illimitata di soggetti individualisti possessivi si dovrebbe disporre di uno spazio incompatibile illimitato, vale a dire di una infinità di beni esclusivi. Ma i beni esclusivi sono per essenza disponibili in quantità finita rispetto ai desideri. La penuria dei beni esclusivi è dunque ineliminabile; nessun trionfo tecnico o sociale dell’uomo può costruire uno spazio incompatibile illimitato; la repressione del desiderio può assumere la forma della proprietà privata o del comunismo, essa disciplinerà con la forza, ma non sopprimerà alla base, il conflitto infelicitante e criminogeno tra individualisti possessivi.

Se dunque l’individualismo possessivo (comprese le sue razionalizzazioni universaliste e ugualitarie) non risolve il problema delle espansioni illimitate compatibili, diventa necessario cercare uno spazio sociale diverso da quello costituito dall’individualismo possessivo: uno spazio compatibile. Ed è precisamente quello generato da un’antropologia orientata ai beni non esclusivi.

La crescita di un soggetto in sapere, in virtù, in saggezza contemplativa non soltanto non esclude la crescita degli altri, ma normalmente la propizia; la formazione di un Noi abolisce, al suo interno, lo spazio cartesiano.

Questo punto è stato chiarito in maniera particolarmente efficace, a proposito del modus amoris, del modo d’ essere dell’amore, da L. Binswanger. Egli spiega come, mentre nel mondo che noi chiameremmo dell’individualismo possessivo vige la spazialità del «dove tu sei, là non c’è posto per me», nel mondo costituito dal modus amoris vige invece la spazialità del «dove tu sei, e solo dove tu sei, ivi c’è un luogo per me», luogo che è mia «patria» nello spazio altrimenti insignificante, inaccogliente, anzi escludente, del resto del mondo.

5. La sintesi e le difficoltà

La sintesi del discorso fin qui svolto è qualcosa come un dittico. Sulla prima anta del dittico sta, negativamente, la critica all’individualismo possessivo; sulla seconda sta, positivamente, la prospettazione di un altro desiderio, di altri beni, al tempo stesso essenziali per il pieno sviluppo della persona e tali da generare uno spazio sociale illimitato compatibile.

Io uso chiamare pléroma la pienezza dell’essere, e pleromatico il modello dl sviluppo meglio adatto a tutelare e propiziare la pienezza dell’essere: umano e animale, culturale e naturale. Il pléroma è per me l’ideale normativo della politica, del diritto e dell’economia. Mi sembra che abbia ormai un alto grado di evidenza la tesi che senza il primato del desiderio dei beni non esclusivi sul desiderio (oggi egemone) dei beni esclusivi non può aversi diritto pleromatico, politica pleromatica, economia pleromatica. Né in ambito interno, né in ambito internazionale. L’armonia del mondo passa attraverso il primato del desiderio dei beni non esclusivi. I diritti dell’uomo, se devono essere i diritti di ogni uomo, non possono essere i diritti di un qualsiasi uomo. Non posssono essere i diritti dell’uomo individualista possessivo.

Universalizzare i diritti dell’uomo nel senso di estenderli a tutti gli uomini rischia di essere catastrofico se l’uomo in questione è l’individualista possessivo o anche solo il consumista. Non è proponibile, per esempio, che tutti gli uomini facciano uso dei loro diritti consumando petrolio e carne quanto uno statunitense. Il modello di sviluppo nel quale gli Stati Uniti sono “all’avanguardia” non è universalizzabile. Universalizzabile è, per necessità logica, solo un modello di sviluppo pleromatico, fondato sul desiderio prevalente dei beni non esclusivi.

Delineato il modello, si affollano subito le difficoltà. Una prima, strutturale, è che l’acquisizione dei beni non esclusivi passa spesso, per non dire quasi sempre, anche attraverso l’uso di beni esclusivi.

Una seconda difficoltà riguarda il metodo, cioè la politica culturale. Come rispettare la libertà nel persuadere al giusto desiderio? Ufficialmente le istituzioni della libertà politica ed economica sono la democrazia e il mercato. Il rischio è sostituirle d’imperio con una dittatura sofocratica del tipo della Repubblica di Platone o dei comunismi marxisti. D’altra parte si conoscono i limiti, in termini non solo di verità ma anche proprio di libertà, della democrazia e del mercato reali.

Una terza difficoltà è che la predica del pléroma non può, decentemente, rivolgersi ai popoli poveri se prima non hanno fatto seriamente metánoia i popoli ricchi. Centinaia di milioni di uomini sono privi di quella quantità minima di beni materiali-esclusivi che è condizione necessaria di ogni sviluppo personale-esistenziale. Sono i ricchi, gli “evoluti”, gli avvantaggiati in termini di accaparramento di beni esclusivi, a doversi anzitutto convertire, avviando una consapevole “decrescita pleromatica”. Ma è chiaro che proprio loro opporranno una per definizione potentissima resistenza a ogni negoziazione del proprio modo di vita individualistico possessivo. Come attuare, nei loro confronti, il metodo della nonviolenza?

Una quarta difficoltà riguarda lo sfruttamento degli animali. Il modello di sviluppo fondato sull’individualismo possessivo genera una quantità spaventosa di sofferenza animale; i popoli più ricchi in beni esclusivi sono anche di gran lunga i più formidabili consumatori di carne e di ogni altra utilità proveniente dallo sfruttamento dei corpi animali. Estendere ugualitariamente a tutti gli uomini il diritto allo sfruttamento degli animali nella misura oggi riservata ai privilegiati configurerebbe, di fatto, un anti-animalismo “di sinistra” enormemente più pesante dell’antianimalismo elitario “di destra”.

Ma di nuovo: come dissuadere?

Dissuadere dall’abuso di vittime animali è difficile quanto dissuadere dall’abuso di petrolio.

Lo studio delle difficoltà potrebbe continuare individuando almeno i maggiori tra i nemici del pléroma operanti sul piano geo-economico e geopolitico. Tutte le difficoltà, strutturali e contingenti, affondano radici tenacissime o nei limiti stessi della condizione umana o negli strati più bui, ma non per questo meno causali, dell’irrazionale. Non ci si può dunque illudere che esse si lascino facilmente risolvere o rimuovere. Io spero di avere almeno indicato la direzione.

Realizzare effettivi percorsi di libertà e nonviolenza verso il pléroma è per me il compito insieme affascinante, quasi-impossibile e ineludibile del prossimo futuro.

NOTE. Mi limito a citare I miei studi nei quali le idee qui esposte sono sviluppate più ampiamente. Ad (1): Corso di filosofia del diritto, Cedam, Padova 1981, cap.V; Riduzionismo e oltre, Cedam, Padova 2002. Ad (2): Voti religiosi e percezione del tempo, in Terre. Terra del Nulla, Terra degli uomini, Terra dell’Oltre, Vita e Pensiero, Milano 1989, p.425-447. Ad (3): Corso, citato, cap. V, spec. § 3.4. Ad (4): Modernité et criminogénèse, Vrin, Paris, 1989. Ad (5): ancora Corso, capitoli V e VI; Terre, citato, Parte III (“Terra dell’Oltre”); Nera Luce. Saggio su cattolicesimo e apofatismo, Le Lettere, Firenze 2001, spec. Parti II e III; Il meritevole di tutela, Giuffrè, Milano 1990, Introduzione; Riduzionismo, citato, cap. IV.

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