Posted on ott 31, 2014 in Caffé filosofico, Cinema, Il Re è nudo, In evidenza

UN TAPPETO DI FAVILLE E LA PREGHIERA
 

(il dominio della tecnica)

 

di LUCILIO SANTONI

Entrate in un cinema commerciale. Mettetevi in ultima fila. Attendete che si spengano le luci e inizi il film. Davanti a voi apparirà un tappeto di faville. Quasi tutti tireranno fuori il telefono e lo terranno in mano mentre si illumina, cambia colore, lampeggia. Il film sarà solo una musica di sottofondo, con immagini che si susseguono alla rinfusa, ogni tanto qualcuno sorride a una battuta, alla stregua di una televisione accesa mentre si fanno altre cose. L’attenzione è rivolta all’oggetto che hanno in mano.

Nei primi anni ’60 il grande linguista Roman Jakobson introdusse una nuova funzione del linguaggio, che definì fàtica. Essa indica l’apertura del canale comunicativo. Non ha un significato vero e proprio, verifica solo se il canale è aperto. L’esempio più classico è il “pronto?” di quando si risponde al telefono. Jakobson non immaginava che di lì a qualche decennio, quella funzione del linguaggio sarebbe diventata la principale. O, forse, da genio qual era, lo prevedeva, chissà.

Ecco, allora, tutte le persone in sala davanti a noi, sono concentrate su quella funzione. La protesi tecnica che hanno in mano presenta tutti i canali aperti: SMS, Whats App ecc. Tutti sono in attesa di una parola da parte dell’Altro: eccomi, sono qui, disperatamente solo, chiamatemi, parlatemi, vi prego. Ho scritto Altro con la maiuscola poiché ciò che attendono non è un semplice messaggio; di quelli ne arrivano ogni minuto. Quelli sono fatti di parole vuote che durano l’attimo della lettura e svaniscono immediatamente. Essi aspettano, invece, la parola, quella vera, quella che non li farà sentire più soli, quella che riempirà il cuore, che darà calore e speranza. E aspettano, e aspettano, tutta la durata del film, e poi ancora oltre, la notte e il giorno successivo. E quella parola non arriva, mai.

“Signore, di’ soltanto una parola e io sarò salvato”, dice la preghiera. L’attesa sembra essere la stessa. Ma nel cinema, davanti a noi, è colma di disperazione: giungono solo parole vuote, che suscitano ilarità, oppure rabbia, o fastidio, però non arrivano dentro, nella parte più intima, si consumano nell’istante stesso in cui la mente le percepisce. “Signore, di’ soltanto una parola e io sarò salvato”; nella preghiera, invece, il canale non è aperto, non ci sono strumenti tecnici che possano essere utili, la funzione fàtica non funziona. Nella preghiera il canale bisogna trovarlo, fra le pieghe dell’anima, nel silenzio del corpo, con quello sguardo che viene da dentro, con l’umiltà e la disponibilità ad ascoltare, bisogna trovare quel canale che, per dirla con Dante, “significar per verba non si porìa”.

Oggi lo spazio della preghiera sembra essere tramontato. La tecnica l’ha occupato tutto in un devastante “tempo reale” che toglie il respiro e accelera a dismisura il ritmo del cuore. Starà soltanto a noi sottrarci a tale occupazione e regalarci un volto umano, come quello di chi prega e mentre prega fa l’amore, fa silenzio, si perde fra le stelle.

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